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24/09/2009
PRESCRIZIONE RCA - Ai fini del riconoscimento di un indennizzo diventa irrilevante la procedibilità d'ufficio

Con la sentenza n. 27337 del 2008, le sezioni Unite della Cassazione risolvono un importante conflitto giurisprudenziale in materia di prescrizione.
In particolare, la sentenza ha chiarito che ove l'illecito civile sia considerato dalla legge come reato, ma il giudizio penale non sia stato promosso per mancata presentazione della querela, l'eventuale più lunga prescrizione prevista per il reato, si applica anche all'azione di risarcimento danni, a condizione che il giudice civile accerti, in via incidentale, con gli strumenti probatori e i criteri propri del procedimento civile, la sussistenza di una fattispecie che integri gli estremi di un fatto-reato in tutti i suoi elementi costitutivi, soggettivi e oggettivi, e la prescrizione stessa decorre dalla data del fatto, atteso che la chiara lettera dall'articolo 2947 comma 3, del Cc - a tenore del mquale «se il fatto è considerato dalla legge come reato e per il reato è stabilita una prescrizione più lunga, questa si applica anche all'azione civile» - non consente la differente interpretazione secondo cui, tale maggiore termine sia da porre in relazione con la procedibilità del reato.

Il caso -
I genitori di un minorenne rimasto coinvolto in un incidente stradale che gli ha causato lesioni personali con postumi permanenti invalidanti al 100%, chiedono in giudizio il risarcimento dei danni subiti. Sia in primo che in secondo grado, il diritto al risarcimento viene considerato prescritto in quanto sarebbe applicabile il termine biennale di prescrizione di cui all'articolo 2947 comma 2, del Cc, non essendo stata proposta querela per il reato di lesioni che avrebbe consentito, invece, l'applicazione del termine, più favorevole agli attori, previsto dal comma 3 dello stesso articolo.
I genitori del minore danneggiato, tuttavia, propongono ricorso per cassazione e, sussistendo in materia un forte conflitto tra i diversi precedenti giurisprudenziali, si rende necessario l'intervento delle sezioni Unite.
Il conflitto giurisprudenziale - Nel 2002 le sezioni Unite della Suprema corte erano già intervenute in materia. La sentenza n. 5121, infatti, aveva affermato che in tema di danni derivanti dalla circolazione dei veicoli, ove il fatto illecito integri gli estremi di un reato perseguibile a querela e quest'ultima non sia stata proposta, trova applicazione la prescrizione biennale di cui al comma 2 dell'articolo 2947 del Cc, ancorché per il reato sia prevista una prescrizione più lunga di quella civile.


Questa conclusione, condivisa anche da autorevole dottrina, si baserebbe sulla pretesa ratio ispiratrice dell'articolo 2947, comma 3, del Cc. Infatti, come affermato in dottrina e in giurisprudenza, la ragione giustificatrice dell'aggancio del termine prescrizionale dell'azione civile a quello eventualmente più lungo di prescrizione dell'azione penale, va individuata nell'esigenza di evitare che l'autore di un reato, dichiarato responsabile e condannato in sede penale, resti esente dall'obbligo di risarcimento verso la vittima - il cui diritto rimarrebbe vanificato - in conseguenza dell'avvenuta più breve prescrizione civile durante il tempo necessario per l'accertamento della responsabilità penale, o, comunque, di impedire che l'azione di risarcimento del danno si estingua quando e ancora possibile che l'autore del fatto sia perseguito penalmente. È chiaro che questa necessità viene meno ove non sia stata presentata querela, giacché in sua mancanza viene meno la concreta perseguibilià del reato e, quindi, è escluso che il risarcimento del danno possa prescriversi per effetto della prescrizione biennale. Si danno argomenti in questo modo, anche per sostenere la discutibile tesi che considera la querela come condizione per la configurabilità stessa del reato. Assegnando alla querela carattere sostanziale e non processuale, è facile concludere che, la mancanza della querela - escludendo la punibilità del fatto dannoso - imponga la non applicazione del comma 3 dell'articolo 2947.

A questo principio formulato dalle sezioni Unite nel 2002, si sono sempre adeguate le sezioni semplici della Cassazione. Tuttavia, il conflitto nasce dal fatto che, in altre sentenze, pur non riguardanti direttamente i reati perseguibili a querela, si è affermato che «se il fatto illecito per il quale si aziona il diritto al risarcimento del danno è considerato dalla legge come reato e per questo la legge stabilisce una prescrizione più lunga di quella di cinque anni prevista dall'art. 2947 primo comma c.c., (nella specie omicidio colposo prescrivibile in dieci anni ex artt. 589 e 157 c.p.), ai sensi del terzo comma, prima parte dello stesso articolo, quest'ultima si applica anche all'azione civile, indipendentemente dalla promozione o meno dell'azione penale, essendo il maggior termine di prescrizione correlato solo all'astratta previsione dell'illecito come reato e non alla condanna penale, che rileva solo ai fini dell'art. 2947, terzo comma, ultima parte del c.c.» (Cassazione 3865/2004). La soluzione delle sezioni Unite -

Dunque, con la sentenza in esame, le sezioni Unite della Cassazione, respingono il precedente orientamento e ritengono che nel caso in cui l'illecito civile sia considerato dalla legge come reato, ma il giudizio penale non sia stato promosso, anche se per mancata presentazione della querela, l'eventuale più lunga prescrizione prevista per il reato, si applica anche all'azione di risarcimento, a condizione che il giudice civile accerti, incidenter tantum, e con gli strumenti probatori e i criteri propri del procedimento civile, la sussistenza di una fattispecie che integri gli estremi di un fatto-reato in tutti i suoi elementi costitutivi, soggettivi e oggettivi, e la prescrizione stessa decorre dalla data del fatto, atteso che la chiara lettera dall'articolo 2947 comma 3, del codice civile, non consente la differente interpretazione secondo cui, tale maggiore termine sia da porre in relazione con la procedibilità del reato. Questo perché, la querela, non è condizione per la configurabilità stessa del reato, ma è semplicemente condizione di procedibilità. In sua mancanza il reato esiste comunque, anche se non viene perseguito. La mera configurabilità astratta del reato è, dunque, sufficiente per giustificare l'applicazione del termine prescizionale previsto dall'articolo 2947 comma 3, del codice civile. La conclusione delle sezioni Unite è condivisibile perché basata sulla corretta interpretazione della locuzione «fatto considerato dalla legge come reato» contenuta nel terzo comma dell'articolo 2947.

L'espressione, infatti, va intesa nel senso che il fatto deve avere gli elementi sostanziali, soggettivi e oggettivi del reato astrattamente previsto, mentre le condizioni di procedibilità, come la querela, hanno solo natura processuale e non sostanziale. La pretesa ratio ispiratrice dell'articolo 2947, comma 3, così come ricostruita dalla precedente sentenza 5121/2002 delle sezioni Unite, si sgretola alla luce delle considerazioni della pronuncia in rassegna, basate sul nuovo principio di autonomia del processo civile da quello penale. È noto come dalla disciplina del nuovo Cpp si desume che il nostro ordinamento non è più ispirato al principio dell'unità della giurisdizione, ma a quello dell'autonomia di ciascun processo e della piena cognizione da parte di ciascun giudice, dell'uno e dell'altro ramo, delle questioni giuridiche o di accertamento dei fatti rilevanti ai fini della propria decisione. Pertanto, tranne alcune particolari e limitate ipotesi di sospensione del processo civile previste dall'articolo 75 del Cpp - e cioè se il danneggiato proponga l'azione per il risarcimento dei danni in sede civile dopo essersi costituito parte civile nel processo penale o dopo la sentenza penale di primo grado - da un lato il processo civile deve proseguire il suo corso senza essere influenzato dal processo penale e, dall'altro, il giudice civile deve procedere a un autonomo accertamento dei fatti. Di conseguenza, non è più sostenibile la tesi secondo cui la ratio dell'articolo 2947, comma 3, sia quella di impedire che la punibilità sopravviva alla risarcibilità.

Allo stato attuale, quindi, il giudice civile, ben può accertare in via incidentale e avvalendosi dei suoi tipici strumenti probatori, l'esistenza di un reato penalmente perseguibile, anche quando questa possibilità sia preclusa al giudice penale a causa della mancata presentazione della querela. Questa soluzione, peraltro, armonizza la disciplina applicabile, in materia di termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno, indipendentemente dal fatto che si discuta di reati procedibili d'ufficio o di reati procedibili a querela di parte, evitando un trattamento discriminatorio lesivo dei principi sanciti dalla Carta costituzionale.

 
Fonte: Il Sole 24 Ore - Guida al Diritto Edizione n. 49 del 13 dicembre 2008 - Autore: Corea Nicola
 
 
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